la camera da letto dev’essere diversa

Se ogni cinese deve imparare Mao, e così essere Mao, è perché non ha nessun altro da essere. Là dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la polizia.“¹

Non mi ero mai posta il problema di come dovesse essere la camera da letto del cantante di maggior successo di tutti i tempi, ma se prima di vederla nelle fotografie scattate dalla polizia il tragico 25 giugno 2009 e diffuse solo in questi giorni, qualcuno mi avesse invitato ad immaginarla, di sicuro sarebbe stata diversa da com’è stata nella realtà.

Nella società dell’edonismo di massa, ma soprattutto nella mia testa, la camera padronale della dimora di Michael Jackson sarebbe dovuta essere fulgente, monumentale e ricca, perfetta per la copertina di un seducente numero di AD Architectural Digest anni ’80. Una stanza ampia dal pavimento in lucido marmo bianco e nero, ideale per scivolare nel letto a passi di moonwalk. Il letto kingsize, dalla testiera capitoneé, sarebbe stato sormontato da una corona incrostata, for the love of God (of Music), di purissimi diamanti, da cui sarebbero discesi scenografici drappeggi in pizzo di Calais. Pizzo che avrebbe coperto anche gli ampi specchi, su cui, pare, Michael non volesse vedersi più. E poi, tutto intorno, mobili in stile neoclassico dalla laccatura nera e lucida a raccogliere le memorie di una vita da star: il guanto e la giacca di strass, le scarpette, le cinture in raso, i premi, le foto dei successi e quelle della prole. Un universo privato nel quale si sarebbero dovuti raccogliere negli anni oggetti e pensieri catalizzatori di una luminosità spettacolare, in grado di influenzare e deliziare le immagini ipnagogiche del re del pop.

Guardo le fotografie scattate all’interno della camera dai poliziotti: ci sono i flaconi in plastica dalle etichette personalizzate, le pastiglie, gli sciroppi, le buste da flebo delle cure. Mi scatta l’immagine di una pelle macchiata da vitiligine, ecchimosi e ferite suppuranti. Mi sembra un uomo solo, abbandonato da tutti in una stanza d’albergo che fatica ad assomigliargli. Mi esorto a ricordare chi ha scattato e come abbia costruito il documento, per quale interpretazione sia stato prodotto, prima di analizzare il contenuto, ma non riesco a non stupirmi davanti ad un armadio che mi ricorda quello di una nonna qualsiasi, in legno scuro, con gli abiti appesi a grucce in legno lisciato. Sulla foto si vede una data non impostata e un flash lontano dall’assecondare la star, che sa improvvisamente di medicinali chimici e naftalina.

C’è poi la fotografia di un comò in radica dai cassetti bloccati con qualcosa che mi ricorda un banner pubblicitario. Vi si vede il viso scontornato di un bambino nero, paffutello e sorridente affiancato da un freddo “sweet baby”, che sa di grafica medicale. Altre foto sul ripiano della cassettiera: una collezione di neonati che recitano il tema familiare, il racconto mi appare distorto e mi sembra incoraggiare una lettura di appartenenza culturale, più che di ricordo intimo. Come se fosse stato realizzato il teatrino di ciò che ci si aspetta nella camera di un genitore: i primi giorni del proprio bambino, i sorrisi, i primi piani melliflui.
Lo specchio rococò incornicia la busta di una flebo, che si regge esile e goffa di qualche centimetro più avanti al comò. E’ il fantasma di un uomo consumato e fragile, adontato dall’ultimo flash.

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photos from Los Angeles Police Department

¹- Debord, Guy, La società dello spettacolo, Massari editore, Bolsena, 2002