Existing photomontages

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Alexandra Boulat, Saddam Hussein regime loyalists eat lunch in a restaurant in downtown Baghdad, March 2003.

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Noemie Goudal, Jetée, from the series Les amants, 2009

The becoming of an image starts querying the appearances and drawing traces“¹

There’s a beautiful moment, in Sexus², where Henry [Miller] entered a church in Naples, through his memories, and he looked at a big and round bottom of a kneeled woman who is praying pointed towards a weary martyr, painted on the wall during the act of climbing a hill.

The reality of Henry becomes a collage: he’s looking at a woman who’s looking at a martyr who’s climbing, coming alive. The different times, the present of Henry and his memories’ time get mixed up, while a young H., a woman and a painted figure turn to observed objects in the juncture.

Whenever two things exist side by side, there is an uncommunicable tension between them” wrote Jiri Kolar, about photomontages already existing in the reality.


Il farsi di un’immagine comincia interrogando le apparenze e tracciando dei segni“¹

Henry [Miller] raggiunge con la memoria Napoli ed entra in un’enorme cattedrale tipicamente italiana, arredata secondo il gusto peggiore, con tutti i necessari ghingheri cattolici. Dentro alla chiesa si rivede fissare il sedere di una donna mentre lei, genuflessa e a mani giunte, adora un martire che si arrampica a fatica su per un’altura.²

La realtà di Henry Miller in Sexus si fa fotomontaggio: lui guarda una donna che a sua volta guarda un dipinto in cui un santo ritratto nell’atto di arrampicarsi, prende vita propria. Gli stessi tempi, il presente di H. assorto e il passato del ricordo, si mescolano assieme, mentre una donna reale e un martire dipinto si ritrovano oggetti osservati nel contingente.

“Ovunque vi siano anche solo due cose una vicino all’altra, esiste tra loro una tensione inseparabile” scrive Jiri Kolar riguardo i fotomontaggi già esistenti nella realtà.

¹_ Berger, John, Presentarsi all’appuntamento, Libri Scheiwiller, Milano, 2010
² _ Miller,Henry, Sexus, Feltrinelli, 2013

Men with affairs on their beds

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Larry Sultan, Dad on Bed, from the series Pictures from Home, 1986

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William Eggleston, Morton, Mississippi, c. 1969-70, from William Eggleston’s Guide, 1976
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Larry Clark, Untitled from Tulsa, 1971
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Bruce LaBruce, Untitled, 2002

Humble Arts Foundation news

After reading an email from the Humble Arts Foundation about their tranformation into a professional services/membership centered non-profit, I had a look at their new website and daily blog, looking sadly for all their old contents. Where are the archive of “women in photography” and the “new photography grant”?

la camera da letto dev’essere diversa

Se ogni cinese deve imparare Mao, e così essere Mao, è perché non ha nessun altro da essere. Là dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la polizia.“¹

Non mi ero mai posta il problema di come dovesse essere la camera da letto del cantante di maggior successo di tutti i tempi, ma se prima di vederla nelle fotografie scattate dalla polizia il tragico 25 giugno 2009 e diffuse solo in questi giorni, qualcuno mi avesse invitato ad immaginarla, di sicuro sarebbe stata diversa da com’è stata nella realtà.

Nella società dell’edonismo di massa, ma soprattutto nella mia testa, la camera padronale della dimora di Michael Jackson sarebbe dovuta essere fulgente, monumentale e ricca, perfetta per la copertina di un seducente numero di AD Architectural Digest anni ’80. Una stanza ampia dal pavimento in lucido marmo bianco e nero, ideale per scivolare nel letto a passi di moonwalk. Il letto kingsize, dalla testiera capitoneé, sarebbe stato sormontato da una corona incrostata, for the love of God (of Music), di purissimi diamanti, da cui sarebbero discesi scenografici drappeggi in pizzo di Calais. Pizzo che avrebbe coperto anche gli ampi specchi, su cui, pare, Michael non volesse vedersi più. E poi, tutto intorno, mobili in stile neoclassico dalla laccatura nera e lucida a raccogliere le memorie di una vita da star: il guanto e la giacca di strass, le scarpette, le cinture in raso, i premi, le foto dei successi e quelle della prole. Un universo privato nel quale si sarebbero dovuti raccogliere negli anni oggetti e pensieri catalizzatori di una luminosità spettacolare, in grado di influenzare e deliziare le immagini ipnagogiche del re del pop.

Guardo le fotografie scattate all’interno della camera dai poliziotti: ci sono i flaconi in plastica dalle etichette personalizzate, le pastiglie, gli sciroppi, le buste da flebo delle cure. Mi scatta l’immagine di una pelle macchiata da vitiligine, ecchimosi e ferite suppuranti. Mi sembra un uomo solo, abbandonato da tutti in una stanza d’albergo che fatica ad assomigliargli. Mi esorto a ricordare chi ha scattato e come abbia costruito il documento, per quale interpretazione sia stato prodotto, prima di analizzare il contenuto, ma non riesco a non stupirmi davanti ad un armadio che mi ricorda quello di una nonna qualsiasi, in legno scuro, con gli abiti appesi a grucce in legno lisciato. Sulla foto si vede una data non impostata e un flash lontano dall’assecondare la star, che sa improvvisamente di medicinali chimici e naftalina.

C’è poi la fotografia di un comò in radica dai cassetti bloccati con qualcosa che mi ricorda un banner pubblicitario. Vi si vede il viso scontornato di un bambino nero, paffutello e sorridente affiancato da un freddo “sweet baby”, che sa di grafica medicale. Altre foto sul ripiano della cassettiera: una collezione di neonati che recitano il tema familiare, il racconto mi appare distorto e mi sembra incoraggiare una lettura di appartenenza culturale, più che di ricordo intimo. Come se fosse stato realizzato il teatrino di ciò che ci si aspetta nella camera di un genitore: i primi giorni del proprio bambino, i sorrisi, i primi piani melliflui.
Lo specchio rococò incornicia la busta di una flebo, che si regge esile e goffa di qualche centimetro più avanti al comò. E’ il fantasma di un uomo consumato e fragile, adontato dall’ultimo flash.

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photos from Los Angeles Police Department

¹- Debord, Guy, La società dello spettacolo, Massari editore, Bolsena, 2002

Fotografare le belle arti

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Wilhelm von Gloeden, Agrigento (?): Padiglione costruito in occasione della venuta dei sovrani di Germania in Sicilia, 1896-1908, citrato, 170×262 cm

In occasione di un progetto di riordino, inventariazione e catalogazione che sta investendo in questi mesi il Fondo MPI, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma espone, fino al 28 giugno 2013, cinquantaquattro stampe fotografiche originali, che raccontano le Arti italiane dalla fine dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento.

Lungo il percorso espositivo si alternano fotografie scattate da studi professionali e dagli uffici ministeriali che, con rigore, hanno registrato opere d’arte, architetture, monumenti archeologici, artigianato artistico, paesaggi e momenti particolari della loro vita, in occasione di restauri, di ritrovamento, di trasporto e ricollocazione, di allestimento. Le fotografie, organizzate per temi, mostrano spesso in calce appunti relativi all’uso editoriale delle stesse, i costi delle stampe, i timbri degli studi fotografici.

La mostra è arricchita di schede, cataloghi e appunti manoscritti, che evidenziano il lavoro di archiviazione e conservazione delle immagini avviato dall’ex Direzione generale delle antichità e belle arti, istituita immediatamente dopo l’unità d’Italia, presso il Ministero della Pubblica Istruzione, che, successivamente, nel 1975, diventerà il Ministero per i beni culturali.

Le stampe ci restituiscono la storia dei beni culturali italiani e le complesse vicende della loro tutela, così come alcuni aneddoti curiosi: nella prima sala troviamo due ritratti dello storico dell’arte Corrado Ricci mentre si gode lo spettacolo della Gioconda agli Uffizi, nel 1913.
Il quadro era stato rubato due anni prima da un ex impiegato italiano del Louvre, Vincenzo Peruggia, che voleva restituire, a suo giusto parere, l’opera all’Italia. Le ricerche si erano protratte per lungo tempo e solo grazie ad un antiquario fiorentino contattato ingenuamente dallo stesso ladro si chiuse il caso. La Francia permise così all’Italia di esporre per qualche tempo la tela, prima di farla rientrare al Louvre.

Più avanti una lunga stampa di 264×628 cm in gelatina di bromuro d’argento mostra l’imponenza del trasporto di un gruppo marmoreo del Canova, Ercole e Lica, rinchiuso in una gabbia di legno e trainato da uno spettacolare tiro di cavalli. Al recto si legge il nome di Filippo Reale, fotografo, e il nome dell’azienda di trasposti incaricata, Cav. Vincenzo Taburet/Roma, mentre al verso l’iscrizione manoscritta indica i 13 cent da pagare alla pubblicazione della stampa per una testata di cronaca.

Bella la coppia di stampe in albumina che mostra il cortile del castello dei Pio, a Carpi, nel 1875 e l’anno successivo, dopo un notevole intervento di restauro, così come curioso è lo scorcio di vita di Alleghe, in provincia di Belluno, tra bambini con gerle traboccanti e una donna genuflessa davanti un ex voto. Non mancano casi che testimoniano le difficoltà incontrate nel fotografare affreschi siti in luoghi stretti e bui, come il montaggio delle cinque stampe di un autore non identificato e difficili da far combaciare, che restituiscono la Crocefissione di Lippo Fiorentino nella Cappella di Firenze. Mentre Enrico Bambocci, nel 1880, sottolinea a penna di aver eseguito lo scatto della basilica di S.Nicola, a Bari, senza luce e di poterne fare stampe di tripla grandezza.

In chiusura del percorso una collezione di antiche macchine fotografiche portatili e da studio storiche che, a mio avviso, meritano da sole un giro all’ICCD.

Tranquillo, a tutto ci pensiamo noi…

from the First digital camera by Steve Sasson (Kodak Engineer), 1975

to the first cheapest digital camera, Knappa, by IKEA, 2012

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Quando scattare fotografie rientra nella quotidianità, come sedersi a tavola e mangiare.

Ecco che la kodak fallisce e ci pensa l’ikea. Perchè l’atto di fotografare non è più solo di fotografi, professionisti o amatori che siano, ma è oramai da un po’ di anni di tutti.
E dall’estetica preformattata degli arredi della casa di/per tutti, all’estetica preformattata dei soggetti fotografici che l’azienda vende al reparto decorazioni, a quelle nuove che si potranno scattare “finalmente” e in autonomia, secondo una ritualità scatto-gestuale cui siamo abituati. La fotocamera, in questo senso, permette al pubblico di fissare la sua autodeterminazione in un mondo prodotto in serie e modulare. Egli s’immedesima nell’immagine di sè – “assaggiata” nell’area showroom ikea – la compra – poi al reparto acquisti -, si atteggia a casa per imitarla, e finalmente la fotografa, per riconoscersi nel suo nuovo catalogo di famiglia.

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Where kodak failed, ikea wins. Because the act of photographing is not just for photographers, professionals or amateurs who are, now it is for everyone.
From furnitures’ preformatted aesthetics and pre-formatted photographic subjects aesthetics that the company sells to the decoration corner to new ones that you can click “finally” and “independently”, according to a snap-ritual gesture which we are accustomed. The camera, in this sense, allows the public to fix its self in a world of mass production and modularity. He/she identifies him/herself in his/her new self-image – tasted in any store Ikea showroom – buy it – then at the purchasing department -, poses at home to imitate, and finally he/she takes the photograph, to recognize his/herself in his/her new family catalogue.