
John Stezaker, from Marriage (Film Portrait Collage) series, 2006

Joachim Schmid, from Photogenetic Draft series, 1991

Simone Bergantini, from American Standard Remix series, 2010

John Stezaker, from Marriage (Film Portrait Collage) series, 2006

Joachim Schmid, from Photogenetic Draft series, 1991

Simone Bergantini, from American Standard Remix series, 2010

Unknown author, Villa Livia, 1st century BC

Thomas Struth, Paradise 13, Yakushima, Japan,1999 (interview)

Ruud van Empel, Study in green #1, 2003

Donald Weber, Bastard Eden, Our Chernobyl, 2005-2007

Taryn Simon, The Hoh Rain Forest from An American Index of the Hidden and Unfamiliar, 2007
Sul perché – forse – la parola bellezza é sempre seguita dalla fotografia di un tramonto.
‘No good travel photo album is complete without the token sunrise or sunset picture!’
Se penso al tramonto penso ad una sospensione dello scorrere del tempo, o meglio, penso ad un momento indefinibile di non più giorno, ma non ancora notte.
Una sorta di parentesi felice, in cui l’uomo può permettersi di non avere rimorsi, né rimpianti. E’ come se la sparizione del sole oltre l’orizzonte, ci liberasse dalla nostra naturale caducità e ci facesse sentire potenti, ancora in possesso dei nostri sensi e ancora in grado di vedere prima (che arrivino il buio e l’ignoto).
Il tepore dell’illusione che accompagna la nostra distorta percezione dello scorrere del tempo, ci fa sperare che esso non stia avanzando irreversibilmente verso la morte e che ci sia possibile rimanere sospesi, come due amanti che tra le braccia di Eros, vincono Thanatos.
Nell’amore il desiderio, l’attrazione verso l’altro ci fa percepire il tempo privo di passato e futuro, una condizione di presente perenne in cui la bellezza non teme alcunché.
Quando un fotografo amatore scatta sulla sua quotidianità, egli sta cercando di trattenere il tempo, strappando quel momento alla sua fine. E’ consapevole, scattando, di poter recuperare l’esperienza passata e di poterla possedere per sempre, ogni qual volta lo desideri. Ecco allora che la fotografia immancabile, quella che ingenuamente viene vista come la più bella, surgela un tramonto. Non importa che le fotografie con il tramonto si somiglino tutte tra loro e che i luoghi immortalati diventino meno riconoscibili, quello che importa è il gradiente del cielo riscaldato dai colori del sole che sono poi quelli che in pittura vengono utilizzati per dare l’illusione di avvicinamento.
Fotografare un tramonto significa richiudere tra le dimensioni fisiche del supporto fotografico ciò che altrimenti se ne andrebbe con la quarta dimensione, significa bloccare quel momento che com-muove, letteralmente l’orizzonte e gli affetti verso di noi, cosicché la memoria visiva ci può restituire il nostro passato. Il ritornare di questo soggetto fotografico riafferma assiomi culturalmente generalizzati ma di cui, forse, non siamo poi così sicuri. Riguardare fotografie di tramonti ci conferma più forti della natura, immortali per un momento che sentiamo di poter far durare in eterno, e così negli album di famiglia, affianco alle foto della nascita, dei compleanni, della laurea e dei vari successi quotidiani, inseriamo sempre anche qualche caldo tramonto, che ci dice solo che stiamo crescendo bene e che possiamo essere ancora felici e soddisfatti di noi stessi. Un tramonto fotografato allora, forse, non è che la massima forma di conservazione, una nostalgia confezionata al quadrato.
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If I think the sunset I think it as a suspension of the passing of time, or rather, I think for a moment of neither day, but nor still night.
La decisione più politica che puoi prendere è dove dirigere gli occhi della gente.
In altre parole, ciò che mostri alla gente, giorno per giorno, è politico..
E la cosa che più indottrina a livello politico è mostrare a un essere umano,
ogni giorno, che non ci sarà alcun cambiamento.
W. Wenders, L’atto di vedere
Ci sono alcune questioni su cui mi son trovata a riflettere dopo aver appreso della morte di Remi Ochlik, giovane fotoreporter francese rimasto ucciso ieri in Siria.
Ho guardato il suo sito per vedere attraverso i suoi occhi gli eventi di cui è stato testimone fotografico; dal 2004 è stato nei luoghi più martoriati a livello politico e più narrati a livello mediatico, Haiti, Libia, Siria, Egitto… Mi sono chiesta cosa spinga un mio coetaneo a desiderare di trovarsi in quelle situazioni, così ho letto diversi articoli sparsi in rete.
Raccontando del suo primo lavoro sulla guerra civile di Haiti, reportage eseguito a vent’anni e prima ancora di terminare gli studi presso l’Icart-Photo, aveva detto che non pensava alla morte o quantomeno non ne aveva voglia, ma che, nonostante il pericolo, lui si trovava “lì dove [aveva] sempre sognato di essere. E quando il pericolo è passato c’è una sola voglia, una sola idea fissa: ritornarci, ancora e ancora. La guerra è peggio di una droga“. Definito da molti l’enfant prodige de la photographie de guerre, qualche giorno fa aveva anche vinto il World Press Photo 2012 per un reportage sulla Libia realizzato l’anno precedente.
Tutti sanno cos’è questo premio e molti sono anche d’accordo sul guardarlo con diffidenza, perché il World Press Photo è una fabbrica di stereotipi fotografici che serve solo ad alimentare uno star-system fine a se stesso. (Maurizio de Bonis)
Dal mio punto di vista, ciò che mi lascia sempre piuttosto perplessa di questo concorso, come ho già scritto, è che si continuano a trattare reportage fotografici come portatori di informazione di per sè, affidando loro un valore iconico assoluto che nell’informazione non può esistere o, ancora peggio, che si premino fotografie che dovrebbero concorrere all’informazione come delle belle opere pittoriche.
Evitando in questo momento il discorso che sta dietro ad una certa estetizzazione del dolore, voglio invece continuare su un altro livello.
L’informazione cui siamo abituati, dai telegiornali alla carta stampata, subordina il materiale visivo al testo: le immagini sono “forti” per attirare l’attenzione, ma vengono immediatamente interpretate attraverso le parole, che ci raccontano contenuto e significato di ciò che guardiamo.
I crediti fotografici invece spesso mancano.
L’anonimato con cui viene diffusa una fotografia di guerra dai giornali (soprattutto italiani) potrebbe essere, come sostiene David Levi Strauss, un modo per far apparire la fotografia obiettiva: eliminando il punto di vista del fotografo si cancella il background culturale che lo ha portato ad analizzare i fatti in quel modo, poiché, come ha detto bene il fotografo Fred Herzog, what we put into our pictures is not a smart idea. What we put into our pictures is our whole life and our whole intellectual discourse. Everything we know and everything we have done and everything that’s in our history goes into every single picture we take.

Ora sul sito di Remi Ochlik c’è questa fotografia scattata durante il primo reportage realizzato ad Haiti che mi ha colpita, si vedono delle macchine fotografiche insistere nel “targettizzare” un corpo già martoriato. (Lo scatto a mio avviso ricorda quelli del corpo di Gheddafi).
Le macchine se ne stanno lì, fameliche, come potrebbe esserlo un avvoltoio su una carogna. C’è sicuramente chi parla di diritto di informare. Certo, ma come diceva Deridda, le fotografie dovrebbero sempre anche porre la questione dall’altro punto di vista e cioè se abbiamo il diritto di vedere ciò che viene esposto.
Le fotografie infondo registrano quello che sta accadendo: la guerra non ha mezze misure e il sangue non può essere nascosto. Aggiungo anche che la guerra non guarda in faccia nessuno: un giorno muore un civile, un altro un photoreporter…
Però, adesso mi viene in mente una nota di David Levi Strauss ad un capitolo del suo Politica della fotografia, in cui scrive delle difficoltà di reperire i nomi dei photoreporter. “Se andiamo a cercare “John Hoagland” o “Richard Cross” negli archivi troviamo solo i loro necrologi. L’unico modo per trovarli è considerarli come merce e cercarli tra i registri delle vendite delle agenzie fotografiche”. Ecco, cercate adesso l’enfant prodige “Remi Ochlik”…
L’industria dell’informazione non guarda in faccia nessuno.
unknown photographer
ph © Richard Avedon > selfportrait
ph © John Gossage > the romance industry
Dai primi preparativi per isolare il soggetto, all’astrazione operata da Avedon, interessato esclusivamente al soggetto che posa davanti all’obiettivo.
Gossage invece racconta il mezzo fotografico, giocando con il trucco: portando con sé il telo tra le vie di Marghera, lo posiziona sotto agli oggetti che trova, quindi scatta, lasciando angoli da cui spiare.
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Page from “A New Map of the River Thames from Oxford to London”
1872 edition by Henry W. Taunt
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Utopia è il sogno di questa conciliazione tra spazio e luogo Franco Farinelli
La mia tesi sugli animali antropomorfi inventati e asserviti alla pubblicità mi porta a confrontarmi con il rapporto che abbiamo instaurato noi uomini con la natura e immancabilmente ad un passo tratto dal libro Mythologies di Roland Barthes. Il testo parla di cultura della ornamento, argomento ispirato da una rubrica dedicata alla cucina del mensile femminile Elle. Nella cucina ornamentale la categoria sostanziale è data dal ricoperto ed in effetti nelle fotografie che accompagnano le ricette i piatti sono ricoperti, addobbati per attrarre la vista e far venire l’acquolina in bocca già dal primo sguardo. Cucina della vista. Elle veste i piatti, traveste gli elementi naturali necessari alle ricette e li restituisce sotto nuova forma. In questo senso l’ornamentazione serve a fuggire la natura e a ricostruirla tramite artificio.
photo from Elle Magazine site
Oggi nel sito Conscientious ho trovato consigliato il lavoro dell’artista americano Jason De Marte. I suoi fotomontaggi fatti di elementi naturali, vettoriali e prodotti farmaceutici, indagano sul gap esistente tra uomo e natura, da cui secondo De Marte ci allontaniamo attraverso una rappresentazione innaturale della natura stessa per abbracciare il mondo del consumo.
Photos © Jason De Marte
un eco visuale e sonoro.
guardalo su vimeo.