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cinema documentario

Diari Apparenti from Silvio Lorusso on Vimeo.

Realizzato da Ilaria Battistella, Elisa Calore, Francesca Coluzzi e Silvio Lorusso

durante il laboratorio di video documentario tenuto da Marco Bertozzi

a.a. 2008/09

Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione
Guy Debord, La società dello spettacolo

Dal cinema delle attrazioni al calderone youtube, passando per il found footage di filmati familiari emerge l’ossessione collettiva del mostrare se stessi e il conseguente esibizionismo, aspetti ambigui del vivere contemporaneo.
Frammenti di vita, momenti privati, riflessioni personali e spunti critici si accumulano in una sovrapproduzione caotica, in cui per costruire la propria identità si sostituisce all’essere l’apparire, nella modalità del raccontarsi e del farsi immagine.
Quando la rappresentazione precede l’atto si crea uno pseudo-evento, ovvero un accadimento che si realizza solo in presenza di un medium che lo registra e lo mostra. Nello stesso modo avviene la costruzione dell’identità, passando dal “fare” al “far vedere”: solo nel momento in cui un soggetto si mostra, esiste.
Il risultato è da una parte una sovrapproduzione d’immagini e dall’altra una frammentazione della stessa identità nella scomposizione dei momenti vissuti, successivamente catalogati e ordinati in un montaggio amatoriale o in un profilo sul web. Ogni atto audiovisivo viene così sminuito per eccesso di esposizione.

Diari Apparenti from Silvio Lorusso on Vimeo.

Il mese scorso sono uscita a fare due passi con il mio ragazzo. Abbiamo raggiunto una sorta di festa della birra, c’era diversa gente e un gruppo che suonava su un palchetto della musica country. Abbiamo incontrato degli amici e ci siamo spostati verso alcune bancarelle. Verso le 23.30 la musica è cambiata, ci siamo avvicinati al palco e ho assistito ad uno spettacolo lesbo che mi ha profondamente offesa. Due ragazze molto belle, completamente nude a ricevere grandi conplimenti per la maestria con cui si leccavano le parti intime a vicenda. In una festa paesana aperta a chiunque, vista l’ora anche agli ultimi bambini rimasti svegli.

Me ne sono andata infastidita, triste ed offesa.

Ci sto mettendo anni per capire che la femminilità sta altrove da dove si vuol far vedere, a sentire il mio corpo come vivente. Riconosco la mia muscolatura forte e la fragilità della mia circolazione. E’ un peccato che la donna si senta realizzata quando in realtà si è solamente sostituita al maschio nell’auto-relegarsi al ruolo di oggetto del desiderio. La spettacolarizzazione sessuale sembra essere l’attività più ambita in cui le donne cercano di primeggiare le une sulle altre, per rispodere ai desiderata dell’immancabile uomo medio e così ci squadriamo tra noi con sguardo maschile, come è stato giustamente osservato da Lorella Zanardo nel suo documentario il corpo delle donne, anzichè venirci incontro con complicità. Ci sto mettendo anni, non è semplice, ma non ho mai apprezzato così tanto le donne che incontro come da qualche tempo a questa parte.

Ricordo un pomeriggio di tanti anni fa in cui ho biasimato mia zia Wally per delle piccole smagliature bianche accentuate dall’abbronzatura all’altezza del polpaccio…”macchè peccato, Elisa, questi disegni son meravigliosi, guarda, sono dei merletti di Burano…”

http://www.vogliamoanchelerose.it/

http://www.ilcorpodelledonne.it/documentario/

IL CORPO DELLE DONNE è il titolo del nostrodocumentario di 25′ sull’uso del corpo della donna in tv. Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime. Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”. L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero ” pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi. Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione.

IL CORPO DELLE DONNE è stato selezionato dal festival di documentari ITALIANI BRAVA GENTE di Firenze.

da http://ilcorpodelledonne.blogspot.com/

” (…) ho intenzione di regalarmi un lusso: produrre piccoli film che sfiorino l’inutilità, cose marginali, oggetti non richiesti dal mercato. Per il gusto di farli. Perché è giusto farli, anche in barba alle leggi del marketing e del profitto. Purché ci sia, dietro, il sentimento della necessità” (Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, a cura di G. Canova, in “Duel”, 99, 2002, p. 27)

Era da qualche libro che non mi capitava di appassionarmi tanto, mi è successo leggendo “storia del documentario italiano” di Marco Bertozzi.

Il libro racconta e riflette, cercando di delineare una storia tutta italiana, in cui non mancano momenti istituzionalmente bui ma soprattutto produzioni e ricerche estetiche sublimi.

Dagli spettacoli meravigliosi delle lanterne magiche con i tradizionali ambulanti di piazza, ai film dell’istituto LUCE che portò avanti una politica cinematografica non esclusivamente fascista come si è soliti pensare, ma che di certo risentì anche del riconoscimento di Mussolini riguardo il suo potere propagandistico.

(Mussolini divenne in effetti il più grande divo del cinema del momento, vestiva i panni di ogni italiano, all’evenienza cambiava abiti e ruolo dando vita ad un felice strategia d’immagine che ancora oggi mi sembra funzionare)

Dopo l’esperienza bellica, l’interesse del documentario italiano si sposta assieme alla letteratura verso la vita reale, verso il popolo e una narrazione di scala umana, anche se il “vero” rincorso da Zavattini è difficile da agguantare.

Un poco alla volta affiora il nostro paese, le difficoltà che incontra chi abita l’Italia ma fatica a sentirsi italiano, lontano da una consapevolezza di democrazia e unità nazionale. Il sud rimane per lunghi anni indietro, radicato tra usanze e costumi che sanno d’antico, emarginato e analfabeta al punto che forse è meglio non mostrarlo…(penso al teatrino tra la Rai, l’Eni e li film bloccato di Ivens, “l’Italia non è un paese povero”).

Intanto la televisione diviene il mezzo di comunicazione più visto che cerca di istruire il contadino/spettatore e, sebbene i documentaristi debbano fare i conti con una morale austero-cattolica, le tecnologia aiutano a cambiare i momenti di ripresa e con loro le produzioni che ne conseguono (tra tutti vorrei attirare l’attenzione su P.P.Pasolini che gira “comizi d’amore” passeggiando e intervistando il popolo)

“sovvertite, resistere, sperimentare” (titolo del capito che ho amato di più) è stato il diktat di una produzione italiana che ha cercato di prendere le distanze dalla rincorsa al commerciale della televisione, che ha visto le emittenti Rai scimmiottare le reti private (tra tutte quelle di proprietà di Berlusconi).

In modo diverso e puntando la camera verso diversi punctum, i cineasti underground italiani hanno lottato contro l’hollywoodiano divenire del cinema, hanno sottolineato quanto lo sguardo personale sia e debba essere personale, quanto i nuovi linguaggi del cinema possano dar voce a chi sta fuori dal coro, a pensieri politicamente e socialmente diversi. Tra tutti i film di cui ho preso nota penso a “diario di un maestro” di Vittorio De Seta, e alle produzioni di Grifi (“Anna” in primis).

Addio funzione meramente pedagogica, addio prodotto giornalistico spezzettato all’interno di programmi contenitore, calci in culo alla rai (che per certi versi ben se ne merita…)

Nessun documentarista deve prefiggersi d’essere realistico, tantomeno neutrale, videocamere e microfoni a dare una visione del mondo, non a riprodurlo.

Se, come sostiene Perniola, “l’immagine sembra fornire una prova inconfutabile che annulla ogni atteggiamento critico”per i “video-idioti”, il documentario nutre dei dubbi sull’autonomia dell’immagine.

Così il documentario si fa momento di riflessione sociale e impegno politico, ricerca antropologica, etnografica e topografica, proprio nel momento in cui la Rai pensa ai film valutandoli in base al loro “valore di scambio”, (come Bertozzi elenca le inserzioni pubblicitarie, le quote guadagno non ufficiali, le percentuali di ascolto…)

Ne consegue l’appiattimento culturale che conosciamo, il mercantile che vince sul contenuto, la rincorsa allo scoop, all’effimero purchè urlato…

Il documentario ne risente, soffre e si trasforma ancora, riprende e si riprende trovando sostegno nel locale, proprio tra le amministrazioni e i consigli regionali che sostengono un documentario di identità.

Torna l’importanza di una coscienza estetica che faccia fronte alla vulgata televisiva, che permetta la riflessione filosofica  ed è in questo clima di cambiamenti che arrivano nuovi supporti economici da tele+ fiduciosa nell’importanza di dar voce a professionisti italiani e stranieri.

Ma di tutto il girato finora, che farne?

A questa domanda qualcuno ha deciso di rispondere non girando più, rispolverando tutto il materiale già girato perchè, dicendola con Jacopo Quadri, ”per un montatore può essere puro godimento lavorare su un soggetto privo di sceneggiatura, con un inizio, uno svolgimento e una fine, partendo esclusivamente dal materiale girato, da immagini e suoni già esistenti…”per un “ricliclo poetico della storia”,andando a ridar vita al filmato familiare amatoriale, come a quello abbandonato negli archivi, ai cinegiornali, ai vecchi documentari istituzionali…

Cosi si ritrova il nostro passato, ciò che è stato questo belpaese e ciò che è stato il mondo, ecco la forza metonimica del punctum cui forse pensava Barthes,la memoria individuale che diviene storia di tutti.

 

Lascio così parlare le ultime righe del libro di Bertozzi: ”A noi resta un’esperienza sovversiva, erotica/eretica forma di pensiero fluttuante. Cinema dell’incertezza, esperienza non protetta, a cui manca la parola “fine“.

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