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from the First digital camera by Steve Sasson (Kodak Engineer), 1975

to the first cheapest digital camera, Knappa, by IKEA, 2012

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Quando scattare fotografie rientra nella quotidianità, come sedersi a tavola e mangiare.

Ecco che la kodak fallisce e ci pensa l’ikea. Perchè l’atto di fotografare non è più solo di fotografi, professionisti o amatori che siano, ma è oramai da un po’ di anni di tutti.
E dall’estetica preformattata degli arredi della casa di/per tutti, all’estetica preformattata dei soggetti fotografici che l’azienda vende al reparto decorazioni (con tutte quelle fotografie sentimentalmente “vincenti”) a quelle nuove che si potranno scattare “finalmente” e in autonomia, secondo una ritualità scatto-gestuale cui siamo abituati. La fotocamera, in questo senso, permette al pubblico di fissare la sua autodeterminazione in un mondo prodotto in serie e modulare. Egli s’immedesima nella sua nuova immagine di sè – assaggiata nell’area showroom di un qualsiasi negozio ikea – la compra – poi al reparto acquisti -, si atteggia a casa per imitarla, e finalmente la fotografa, per riconoscersi nel suo nuovo album di famiglia.

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Where kodak failed, ikea wins. Because the act of photographing is not just for photographers, professionals or amateurs who are, now it is for everyone.
From furnitures’ preformatted aesthetics and pre-formatted photographic subjects aesthetics that the company sells to the decoration corner to new ones that you can click “finally” and “independently”, according to a snap-ritual gesture which we are accustomed. The camera, in this sense, allows the public to fix its self in a world of mass production and modularity. He/she identifies him/herself in his/her new self-image – tasted in any store Ikea showroom – buy it – then at the purchasing department -, poses at home to imitate, and finally he/she take the photograph, to recognize his/herself in his/her new family album


1940s, Encore camera by Encore Camera Co. (USA)

1950s, IMP camera by Beaurline Industries Inc. (USA)

1950s, Photo Pack Matic by Fex (France)

1950s, Picture Box cameraby Picture Box Mfg. Co. (USA)

1991, Konica one-time use camera by Konishiroku Photo Ind. Co., Ltd.(Japan)

1991, Konica one-use 35mm camera with flash by Konishiroku Photo Ind. Co., Ltd., (Japan)

1992, Kodak Strech One-time use camera by Eastman Kodak Company (USA)

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(collection from George Eastman House)

 

“How differently young girls nowadays experiment with images of themselves compared to my generations: they no longer react defensively  to images but they act to produce images to brand themselves. It even seems like some of them solely live with and for their public image, branding themselves daily on their Facebook/Twitter pages”

Colette Olof is presenting Showroom Girls, a project by Willem Popelier

© Willem Popelier, Showrooms Girls, 2011

Quante voci possono uscire da una bocca? Se si è riusciti ad affascinare Nick Cave “che non aveva mai pensato una persona potesse emettere quel lamento da gatto” si è già sulla buona strada, ma se ci si aggiunge Alva Noto il risultato può stupire.

Arrotondata un poco la sua figura negli anni, Blixa Bargeld è rimasto un magnetico sperimentatore quale era ai tempi degli Einsturzende Neubauten e strizza l’occhio adesso ad alcune vecchie ricerche vocali di Diamanda Galas e Demetrio Stratos. Non importa che le canzoni siano sue, di Bob Dylan (I wish I was a mole in the Ground) o di Harry Nilsson (One is the loneliest number), lo spettacolo é fantastico e immaginifico grazie ai toni della sua voce, prima ancora che nei contenuti delle filastrocche raccontate enfaticamente al pubblico durante la serata. Sibila piano piano un segreto all’intero Auditorium, quindi alza il volume, rallenta, poi si anima, scherza, parla, canta, quindi soffre, grida, s’incazza poi torna sereno e si moltiplica in mille diverse altre voci sapientemente campionato, amplificato, alterato e ridiffuso attraverso le casse della Sala Sinopoli.

Vestito di nero da capo a piedi, Blixa recita, passeggia quel poco, contenuto nei movimenti precisi e limitati risulta sempre intenso, attrae e copula con le orecchie dei presenti, standosene ironicamente algido e sicuro sul palco, Alva Noto, alla sua sinistra, è concentratissimo e immobile.

Tornato da un brevissimo break, Bargeld si chiede beffardamente se il pubblico sia sicuro di voler sentire quello che sta per venire e al grido di un “we do!” femminile e sicuro dalla platea, risponde di ascoltarlo in silenzio. Seguono alcuni minuti strillati aggressivi e acidi che si fanno poi malinconici e amari nei suoni minimalisti ed eletronici di Alva Noto.
Mimikry é un disco incredibile, ma il live fa esplodere la bolla nella quale si rimane intrappolati ascoltandolo: i rumori industriali, le campane, il pianoforte ricostruiscono la città (technoide) industriale e la voce carontidea di Blixa ci getta dentro, senza preoccuparsi per noi, facendocela vivere così com’è, cibernetica e tenebrosa, seppure a tratti nostalgica, vacua e quasi molle.

Die Geschäftsidee ist die Entsorgung von überflüssigem Sperma in den reicheren Ländern. Die Produktion von Bildern spielt dabei eine zentrale Rolle.

about Cyberspaces
Berlin, 2005

L’idea imprenditoriale è lo smaltimento di sperma in eccesso nei paesi più ricchi. La produzione di immagini svolge un ruolo centrale.

The business idea is the disposal of excess sperm in the richer countries. The production of images plays a central role.

Per far entrare tutto questo in una fotografia occorreva conquistare un’abilità tecnica straordinaria, ma solo allora Antonino avrebbe potuto smettere di fotografare. Esaurite tutte le possibilità, nel momento in cui il cerchio si chiudeva su se stesso, Antonino capì che fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui aveva oscuramente cercato fino allora.

Da “Gli amori difficili”, “L’avventura di un fotografo”, di Italo Calvino.

Sul perché – forse – la parola bellezza é sempre seguita dalla fotografia di un tramonto.

‘No good travel photo album is complete without the token sunrise or sunset picture!’

Immagine

Se penso al tramonto penso ad una sospensione dello scorrere del tempo, o meglio, penso ad un momento indefinibile di non più giorno, ma non ancora notte.
Una sorta di parentesi felice, in cui l’uomo può permettersi di non avere rimorsi, né rimpianti. E’ come se la sparizione del sole oltre l’orizzonte, ci liberasse dalla nostra naturale caducità e ci facesse sentire potenti, ancora in possesso dei nostri sensi e ancora in grado di vedere prima (che arrivino il buio e l’ignoto).
Il tepore dell’illusione che accompagna la nostra distorta percezione dello scorrere del tempo, ci fa sperare che esso non stia avanzando irreversibilmente verso la morte e che ci sia possibile rimanere sospesi, come due amanti che tra le braccia di Eros, vincono Thanatos.
Nell’amore il desiderio, l’attrazione verso l’altro ci fa percepire il tempo privo di passato e futuro, una condizione di presente perenne in cui la bellezza non teme alcunché.
Quando un fotografo amatore scatta sulla sua quotidianità, egli sta cercando di trattenere il tempo, strappando quel momento alla sua fine. E’ consapevole, scattando, di poter recuperare l’esperienza passata e di poterla possedere per sempre, ogni qual volta lo desideri. Ecco allora che la fotografia immancabile, quella che ingenuamente viene vista come la più bella, surgela un tramonto. Non importa che le fotografie con il tramonto si somiglino tutte tra loro e che i luoghi immortalati diventino meno riconoscibili, quello che importa è il gradiente del cielo riscaldato dai colori del sole che sono poi quelli che in pittura vengono utilizzati per dare l’illusione di avvicinamento.
Fotografare un tramonto significa richiudere tra le dimensioni fisiche del supporto fotografico ciò che altrimenti se ne andrebbe con la quarta dimensione, significa bloccare quel momento che com-muove, letteralmente l’orizzonte e gli affetti verso di noi, cosicché la memoria visiva ci può restituire il nostro passato. Il ritornare di questo soggetto fotografico riafferma assiomi culturalmente generalizzati ma di cui, forse, non siamo poi così sicuri. Riguardare fotografie di tramonti ci conferma più forti della natura, immortali per un momento che sentiamo di poter far durare in eterno, e così negli album di famiglia, affianco alle foto della nascita, dei compleanni, della laurea e dei vari successi quotidiani, inseriamo sempre anche qualche caldo tramonto, che ci dice solo che stiamo crescendo bene e che possiamo essere ancora felici e soddisfatti di noi stessi. Un tramonto fotografato allora, forse, non è che la massima forma di conservazione, una nostalgia confezionata al quadrato.

If I think the sunset I think it as a suspension of the passing of time, or rather, I think for a moment of neither day, but nor still night.

A sort of happy period in which man can afford to be without remorse and regrets. And as if the disappearance of the sun over the horizon, deliver us from our submission to nature and make us feel powerful because we are still in possession of our senses, yet able to see before dark and unknown arrive.
The warmth of the illusion makes we hope that time isn’t advancing irreversibly toward death, so we can remain suspended, like two lovers in Eros’ arms defeat Thanatos.
In love, desire and attraction to the other make us perceive time without past and future, a state of perpetual present where beauty is not afraid of anything.
As an amateur photographer snaps on his daily life, he is trying to hold back time… Clicking on a moment, you can retrieve past experience and possess it forever, whenever you wish. And so the inevitable photograph, one that is naively seen as the most beautiful, shots on a sunset. Who cares if   sunset pictures are all resemble each other and immortalized places become less recognizable, what matters is the gradient of the sky heated by the colors of the sun and, not coincidentally, that colors are used in painting to give the appearance of closeness.
Photographing a sunset means close things that otherwise disappear with the fourth dimension, into the physical dimensions of the photographic medium, means move horizon and affections towards us, so that visual memory can give us our past. The redundancy of this photographic subject reaffirms generalized axioms which, perhaps, make us not so sure. Sunsets confirm us stronger than nature, immortal for a moment that we feel we can make last forever, and so in the family album, next to photos of the birth, birthdays, graduation and success of our daily life, we always insert also some warm sunsets, that just tell us that we are growing well and that we can still be happy. A sunset photographed is perhaps the highest form of conservation, a squared nostalgia.
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