Un giorno a me, un giorno a te. Sulla morte di Remi Ochlik
La decisione più politica che puoi prendere è dove dirigere gli occhi della gente.
In altre parole, ciò che mostri alla gente, giorno per giorno, è politico..
E la cosa che più indottrina a livello politico è mostrare a un essere umano,
ogni giorno, che non ci sarà alcun cambiamento.
W. Wenders, L’atto di vedere
Ci sono alcune questioni su cui mi son trovata a riflettere dopo aver appreso della morte di Remi Ochlik, giovane fotoreporter francese rimasto ucciso ieri in Siria.
Ho guardato il suo sito per vedere attraverso i suoi occhi gli eventi di cui è stato testimone fotografico; dal 2004 è stato nei luoghi più martoriati a livello politico e più narrati a livello mediatico, Haiti, Libia, Siria, Egitto… Mi sono chiesta cosa spinga un mio coetaneo a desiderare di trovarsi in quelle situazioni, così ho letto diversi articoli sparsi in rete.
Raccontando del suo primo lavoro sulla guerra civile di Haiti, reportage eseguito a vent’anni e prima ancora di terminare gli studi presso l’Icart-Photo, aveva detto che non pensava alla morte o quantomeno non ne aveva voglia, ma che, nonostante il pericolo, lui si trovava “lì dove [aveva] sempre sognato di essere. E quando il pericolo è passato c’è una sola voglia, una sola idea fissa: ritornarci, ancora e ancora. La guerra è peggio di una droga“. Definito da molti l’enfant prodige de la photographie de guerre, qualche giorno fa aveva anche vinto il World Press Photo 2012 per un reportage sulla Libia realizzato l’anno precedente.
Tutti sanno cos’è questo premio e molti sono anche d’accordo sul guardarlo con diffidenza, perché il World Press Photo è una fabbrica di stereotipi fotografici che serve solo ad alimentare uno star-system fine a se stesso. (Maurizio de Bonis)
Dal mio punto di vista, ciò che mi lascia sempre piuttosto perplessa di questo concorso, come ho già scritto, è che si continuano a trattare reportage fotografici come portatori di informazione di per sè, affidando loro un valore iconico assoluto che nell’informazione non può esistere o, ancora peggio, che si premino fotografie che dovrebbero concorrere all’informazione come delle belle opere pittoriche.
Evitando in questo momento il discorso che sta dietro ad una certa estetizzazione del dolore, voglio invece continuare su un altro livello.
L’informazione cui siamo abituati, dai telegiornali alla carta stampata, subordina il materiale visivo al testo: le immagini sono “forti” per attirare l’attenzione, ma vengono immediatamente interpretate attraverso le parole, che ci raccontano contenuto e significato di ciò che guardiamo.
I crediti fotografici invece spesso mancano.
L’anonimato con cui viene diffusa una fotografia di guerra dai giornali (soprattutto italiani) potrebbe essere, come sostiene David Levi Strauss, un modo per far apparire la fotografia obiettiva: eliminando il punto di vista del fotografo si cancella il background culturale che lo ha portato ad analizzare i fatti in quel modo, poiché, come ha detto bene il fotografo Fred Herzog, what we put into our pictures is not a smart idea. What we put into our pictures is our whole life and our whole intellectual discourse. Everything we know and everything we have done and everything that’s in our history goes into every single picture we take.

Ora sul sito di Remi Ochlik c’è questa fotografia scattata durante il primo reportage realizzato ad Haiti che mi ha colpita, si vedono delle macchine fotografiche insistere nel “targettizzare” un corpo già martoriato. (Lo scatto a mio avviso ricorda quelli del corpo di Gheddafi).
Le macchine se ne stanno lì, fameliche, come potrebbe esserlo un avvoltoio su una carogna. C’è sicuramente chi parla di diritto di informare. Certo, ma come diceva Deridda, le fotografie dovrebbero sempre anche porre la questione dall’altro punto di vista e cioè se abbiamo il diritto di vedere ciò che viene esposto.
Le fotografie infondo registrano quello che sta accadendo: la guerra non ha mezze misure e il sangue non può essere nascosto. Aggiungo anche che la guerra non guarda in faccia nessuno: un giorno muore un civile, un altro un photoreporter…
Però, adesso mi viene in mente una nota di David Levi Strauss ad un capitolo del suo Politica della fotografia, in cui scrive delle difficoltà di reperire i nomi dei photoreporter. “Se andiamo a cercare “John Hoagland” o “Richard Cross” negli archivi troviamo solo i loro necrologi. L’unico modo per trovarli è considerarli come merce e cercarli tra i registri delle vendite delle agenzie fotografiche”. Ecco, cercate adesso l’enfant prodige “Remi Ochlik”…
L’industria dell’informazione non guarda in faccia nessuno.